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Flessibilità, miti, realtà, prospettive.


A cura di M. Rosaria Benanti


Da oltre un decennio si sono sviluppate in Italia come anche negli altri paesi industrializzati occidentali, come Francia, Germania varie e nuove forme di contratti di lavoro che sono stati chiamati a volte con termini fantasiosi : contratti a termine, contratti a progetto, contratti a tempo parziale, contratti di lavoro in affitto, contratti di somministrazione, di collaborazione coordinata e continuativa.
Di conseguenza anche gli orari di lavoro dei lavoratori coinvolti  hanno assunto definizioni fantasiose che nascondono una complessa realtà lavorativa, quali lavoro a turno, orari slittanti, orari periopediodali o annualizzati.

Questi tipi di lavoratori, secondo i dati riportati dal prof. Luciano Gallino nel libro che stiamo recensendo “ Il lavoro non è una merce, contro la flessibilità”, stampato dalla casa editrice Laterza di Bari nel 2007- ammonterebbero a circa 2,1 milioni pari al 12,6 per cento del totale di 16,8 milioni di lavoratori, dati del primo semestre del 2007.

Il prof. Gallino, la cui fama di sociologo non ha bisogno di presentazioni, esamina il fenomeno che rappresenta la novità di quest’ultimo decennio , questo nuovo modo di lavorare che ha trovato entusiasti cultori in gran parte delle forze politiche, sindacali , imprenditoriali, economiche.
L’esame procede analizzando scientificamente il fenomeno nei suoi vari aspetti: economici, occupazionali, esistenziali ed i suoi riflessi nel campo dell’economia globalizzata.
Dall’analisi obiettiva dei fatti l’A. riesce a smantellare alcuni luoghi comuni che col tempo si sono stratificati sull’argomento

Indubbiamente il fenomeno nasce dalla necessità, imposta dagli imprenditori ed accettata dai politici, di rendere le loro industrie e di conseguenza i loro prodotti concorrenziali in un mondo sempre più globalizzato dove la concorrenza, soprattutto da parte dei paesi emergenti, si fa ogni giorno più spietata .
Le leggi del libero mercato non lasciano scampo, chi non si adegua tempestivamente ne viene espulso.
Conseguenza di ciò è che l’imprenditore per riuscire a reggere la concorrenza cerca di ridurre i costi di produzione, come nel caso del costo del personale che in occidente incide sul prodotto finale in notevole percentuale a differenza delle sempre citate nazioni come la Cina, India, Brasile ecc. dove i salari bassi rendono le loro merci  particolarmente competitive .
Questa è l’essenza del fenomeno come sottolinea l’A.

Detto in due parole: la precarizzazione del lavoro non è altro che utilizzare il lavoratore solo quando serve con un evidente risparmio sui costi finali di produzione .
In controtendenza il prof. Gallino contesta tutte le argomentazioni che sono state addotte per giustificare il fenomeno , come “ ce lo chiede l’Europa “ o un altro luogo comune è che la precarizzazione avrebbe  aumentato il numero degli occupati.
Quante volte abbiamo sentito dire che è meglio lavorare poco che non lavorare per niente, anzi questo sistema avrebbe diminuito il numero di disoccupati di oltre un milione.

L’A. contesta queste statistiche e il loro metodo di indagine.

Per assurdo, seguendo questo metodo di indagine, basta che un lavoratore precario abbia lavorato per un’ora come lavoratore a tempo che risulterebbe come un disoccupato in meno.

Gallino da eminente sociologo mette in risalto i costi umani e sociali di questa condizione che si riverbera sulle famiglie, sulla società creando incertezze, inquietudini e instabilità.
Da attento studioso dei fenomeni esistenziali e comportamentali non si limita solo alla critica, ma propone o tenta di proporre delle soluzioni, sarebbe più esatto affermare che indica le strade da seguire per tentare di risolvere questo fenomeno così negativo.

Vengono indicate due strade: una interna al nostro Paese, attraverso incisive modifiche legislative; personalmente riteniamo tale strada difficilmente percorribile stante l’impossibilità dell’esecutivo di farle rispettare.
La strada più idonea ed efficace sembra quella degli accordi internazionali , soprattutto, le istituzioni sovra nazionali come l’OCSE, OMC, il Consiglio d’Europa, l’OIL.

Varie sono le proposte che sono state avanzate in questo campo come l’accertamento e il perseguimento delle responsabilità degli Stati ove le multinazionali hanno sede giuridica e degli Stati ospitanti che in esse operano nel commettere o violare i diritti dei lavoratori.
Intervenire sulle modalità di finanziamento di progetti industriali da parte di Organizzazioni quali la Banca mondiale o FMI verso le industrie che non abbiano rispettato le condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori stessi.
Imposizione di codici di responsabilità sociale alle imprese affinché assicurino condizioni di lavoro , diritti sindacali effettivi, analoghi a quelli che godono i loro dipendenti nei paesi dove esse hanno sede giuridica
Accordi tra associazioni internazionali di sindacati e multinazionali intesi a stabilire standard minimi di salario, condizioni di lavoro e diritti sindacali nelle strutture operanti nei paesi in via di sviluppo.
Insomma, una legislazione internazionale che andasse verso questa direzione potrebbe calmierare il mercato del lavoro, potremmo definirlo il mercato dei diritti, attualmente sottoposto ad una concorrenza selvaggia a scapito di tutti i lavoratori sia dei paesi in via di sviluppo che di quelli occidentali.

Tali pretese non devono essere considerate un’utopia ; alcuni paesi hanno già messo in atto alcune leggi in questa direzione, come la Francia con la Nouvelles régulations  économiques del 2001 o la legge britannica sulle Società, il Companies act del 2006 .
Indubbiamente, il cammino è difficile ed irto di difficoltà, soprattutto trova resistenze da parte un po’ di tutti.

Dalle multinazionali che hanno a disposizione una forza lavoro a bassissimo costo alla manodopera disposta a lavorare senza garanzie pur di assicurarsi un reddito, agli stessi Stati che vedono accrescere il loro PIL .


11/02/2008
Fonte
Formez